Sintesi storiche del prof. Denis Mack Smith
(storico inglese e studioso di storia italiana)
ul promontorio di Signal Hill che domina
il porto di St. John's di Terranova, in Canada, quattro uomini stanno costruendo un grande aquilone, fermandosi di tanto
in tanto per riscaldare con il fiato le mani intirizzite dal vento gelido. Il più giovane di loro, che ha l'aria di essere
il capo, è un italiano magrolino, un po' stempiato, taciturno: si chiama Guglielmo Marconi.
Sono sbarcati da una settimana. Per tre giorni hanno esplorato la zona; poi si sono trasferiti con i bagagli nella casa di
Signal Hill. Il giorno successivo, giù a St. John's, la gente ha visto un grande pallone alzarsi dall'altura. Per un po' la
lunga fune che lo tratteneva ha retto, poi la furia del vento ha avuto la meglio. La mattina dopo alcuni si sono recati
lassù per curiosare: anche un secondo e terzo pallone, gonfi di idrogeno, sono stati spazzati via.
Giovedì 12 dicembre 1901: sul promontorio i curiosi sono quasi una folla. Lo "spettacolo" finisce quando l'aquilone, sul
quale è stata fissata una sbarra metallica, si libra nel cielo a 120 metri d'altezza. Il vento lo sbatacchia, ma la fune
a cui è legato sembra reggere. Gli uomini entrano in casa. Marconi e il suo assistente Gorge Stevens Kemp, seguiti da un
certo Paget, si dirigono verso una stanza nella quale, su un tavolo, vi sono numerosi strumenti collegati a una cuffia
telefonica. Marconi accosta all'orecchio il ricevitore della cuffia. È passato da poco mezzogiorno. E mentre i minuti
trascorrono lentamente il giovane italiano diventa sempre più teso.
È nato a Bologna il 25 aprile 1874. Suo padre, Giuseppe Marconi, un proprietario terriero che vive nella campagna di
Pontecchio, è al secondo matrimonio. Vedovo con un figlio, ha conosciuto una giovane irlandese in visita in Italia per
studiare "bel canto". Se ne è innamorato e l'ha sposata il 16 aprile 1864 a Boulogne-sur-Mer. Un anno dopo il matrimonio
è nato Alfonso, nove anni più tardi Guglielmo.
Il più piccolo dei Marconi cresce nella villa Grifone di Pontecchio. Studia a Bologna, Firenze e Livorno, ma non arriva
alla licenza liceale. Nutre una grande passione per i libri divulgativi di fisica e di elettrotecnica e traffica con
ferri, arnesi, fili, di nascosto dal padre e con la complicità della madre che un giorno lo fa incontrare con il professor
Augusto Righi dell'università di Bologna, un'autorità in materia di onde elettromagnetiche. Righi ascolta il giovane, ma
gli consiglia di prendere licenza liceale e laurea prima di lanciarsi nei suoi progetti. Guglielmo è più portato per la
scienza applicata.
Nell'estate del 1894 costruisce un
segnalatore di temporali: una pila, un coherer (ossia un tubetto con limatura di ferro) e un campanello elettrico.
Al primo fulmine il campanello squilla.
"Deve suonare anche per una scintilla artificiale" lo sentono ripetere. Sono mesi di febbrile lavoro in una soffitta
della villa Grifone attrezzata a laboratorio.
Una notte di dicembre, Guglielmo sveglia la madre e la invita nel suo rifugio segreto. Su un bancone, appoggiato alla
finestra, vi è un tasto telegrafico: basta premerlo per far squillare un campanello all'altro lato della stanza. Il
giorno dopo anche il padre, trascinato suo malgrado lassù, tra quelle "porcherie", assiste all'esperimento. Quando si
convince che il campanello suona senza collegamento con fili, dà mano al portafogli e regala al figlio i soldi necessari
per l'acquisto di nuovi materiali. Il giovane Marconi prosegue nei suoi esperimenti. Sposta il campanello al piano terra
della villa e lo sente suonare ancora, come se le onde avessero "perforato" i muri di casa. Poi va con i suoi apparecchi
in campagna: aumenta la potenza delle emissioni e la distanza che separa il trasmettitore dal ricevitore, che ora capta
i segnali dell'alfabeto Morse. Le onde, che oltrepassano i muri della casa e sono ricevute entro i limiti della
cosiddetta "distanza ottica", riusciranno a superare grossi ostacoli come le montagne?
La scienza togata dice no. Per Marconi val la pena di provare.
Villa Grifone, posta su un piccolo colle, è il luogo ideale. Marconi sistema il trasmettitore in una valletta e ordina
al fratello di piazzare il ricevitore sul versante opposto del monte, fuori della portata visiva. Alfonso ha con sé una
doppietta con la quale risponderà se il ricevitore capterà i segnali. È l'8 dicembre 1895. A tre colpetti battuti sul
tasto della trasmittente fa eco la doppietta. È nata la telegrafia senza fili.
Nonostante il successo, tra gli scienziati c'è chi lo giudica un "visionario" e la sua scoperta "frutto dell'autosuggestione".
Marconi cerca di commercializzare l'invenzione, intuendo che occorreranno grandi capitali per proseguire negli esperimenti.
Si rivolge al Ministero delle Poste e Telegrafi, dal quale non ottiene risposta. Sulla lettera da lui inviata, il ministro
ha scritto di proprio pugno: "alla Longara", che è il manicomio di Roma. Nel febbraio del 1896 va con la madre in
Inghilterra, un Paese, si sa, più aperto alle arditezze della scienza. A Londra, Marconi si preoccupa di brevettare
l'invenzione perché sa che altri scienziati stanno arrivando alle sue stesse conclusioni.
Il 2 giugno 1896 presenta all'ufficio brevetti i documenti: il 2 luglio dell'anno successivo ottiene il
brevetto numero 12.039.
Intanto con esperimenti pubblici dimostra di essere un abile pubblicitario di sé stesso. Presenti politici e industriali,
colloca un trasmettitore sul tetto dello stabile della direzione delle Poste e un ricevitore in una casa su una banchina
del Tamigi, a quattro chilometri di distanza. È un trionfo. I giornali parlano bene di questo giovane italiano. Per
l'Ammiragliato stabilisce un contatto attraverso il canale di Bristol, largo 14 chilometri. Collabora con il Daily Express
in occasione delle regate di Kingstown. I giornalisti seguono le regate al largo, a bordo di un rimorchiatore, poi passano
le notizie a Marconi che le trasmette a una stazione a terra da dove vengono telefonate al giornale che brucia la
concorrenza. È il 1897, è nata la prima radioassistenza.
Nel luglio del 1898 Marconi stabilisce un ponte radio tra la residenza estiva della regina Vittoria e lo yacht reale sul
quale c'è il principe di Galles, il futuro Edoardo VII, convalescente per una brutta ferita al ginocchio. Anche il Times
pubblica quotidianamente i bollettini sulla salute del principe. Nel dicembre, da un battello attrezzato con la radio
parte una richiesta di soccorso: è il primo caso di salvataggio. Il 29 maggio i segnali attraversano il canale della
Manica superando la distanza di 51 chilometri e la Domenica del Corriere dedica all'impresa una copertina.
Ma è ormai verso l'Atlantico che Marconi concentra tutte le sue ricerche. Al contrario di molti scienziati, egli è
convinto che le onde possano varcare l'oceano seguendo la curvatura della Terra. Il 6 novembre 1901 a Poldhu, in
Cornovaglia, installa un grande trasmettitore la cui antenna è costituita da 60 fili tesi come una tela di ragno tra
due piloni alti 49 metri e distanti tra loro 61. Poi si imbarca per St. John's di Terranova.
Clic clic clic: sono i segnali di tre punti che nell'alfabeto Morse corrispondono alla lettera S. I tenui ronzii si
fanno ancora vivi nel ricevitore. "Udite nulla mister Kemp?" chiede ora il giovane italiano, porgendo la cuffia al suo
assistente. Kemp ascolta e accenna col capo. Anche Paget vorrebbe ascoltare, ma è un po' duro d'orecchi e non sente nulla.
È mezzogiorno e mezzo e qualche minuto più tardi il vento spazza via l'aquilone sul quale è l'antenna ricevente. Due
luoghi distanti 3.200 chilometri e separati dall'oceano Atlantico, oggi, 12 dicembre 1901, hanno comunicato tra loro
senza ricorrere a fili o cavi sottomarini.
Era nata la prima radiocomunicazione intercontinentale.